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I morti li portiamo in bocca»: 

recensione a "Macchine del diluvio" 

di Stefano Massari


a cura di Alessandro Pertosa

Inchiostro di fuoco in una mano; penna-spada scintillante nell’altra: Stefano Massari, con Macchine del diluvio (MC edizioni, 2022), è un funambolo su un filo troppo delicato che si spezza. Sferra l’assalto al cielo, mentre cade e sprofonda nel cuore cavo della morte, in quella voragine famelica e originaria che inghiotte la vita.

In lui si percepisce subito il desiderio irrefrenabile di infilare lo sguardo fin nel proibito; di illuminare il buio, di spingersi dentro il segreto dell’universo, nel punto più oscuro,  proprio dove la ferita si slabbra in un gorgo senza fondo. E la sua ribellione si fa canto e grido strozzato in gola, mentre il corpo recalcitrante dell’io narrante, trasportato dai venti e dalle onde impetuose, si nasconde fra i versi ardenti di una voce muscolare e densa.


Questa sua ultima fatica letteraria squarcia il silenzio poetico che l’autore si era imposto da anni, ritenendolo definitivo e che invece termina proprio con questi versi magmatici e vischiosi. Dove gli occhi e la lingua rischiano di restare impigliati senza via di scampo; senza possibilità di respiro.

Macchine del diluvio è un balbettio aspro, amaroe feroce di un uomo in preda a una speranza estrema, forse ormai irrimediabilmente disperata. È il rantolo rauco di una voce che s’incrina e non sa più cosa dire dinanzi alla morte, che sopraggiunge senza possibilità di dilazione, e schianta ogni cosa nel segreto dell’ignoto. In quel limite estremo e terribile che oltrepassa il linguaggio, la voce, e viene a strappare il senso, la direzione, l’orizzonte entro cui diventa possibile pensare la vita. Per questo chi subisce l’aggressione della falce, chi ne è colto alla sprovvista resta lì, basito in attesa di una parola che salvi e che tuttavia non arriva: «anni che ascolti e resisti e credi» sussurra Massari, «ma ancora non sai cosa vuole la morte / da te».

Il testo si compone di un antefatto e quattro sezioni in cui la morte si presenta in forme sempre nuove. Ma la morte, che è la fine di tutto - in un inestricabile incrocio ossimorico -, chiama comunque alla vita. O meglio: chi è in vita non può fare a meno di creare un ponte - o almeno illudersi di crearlo - con chi persiste in silenzio dall’altra parte. I defunti, allora, vanno richiamati; è necessario ascoltarli, sentire che suono ha l’eco della loro voce che viene dall’infinito universo. E proprio questa esigenza di creare un legame con l’aldilà spiega la presenza delle parole di una seduta spiritica, trascritte e riportate in esergo dall’autore: «raccontare non è facile. le mie rinunce  le piango / ancora - io vivo il ricordo - la morte - il male».

Massari avverte, quindi, la necessità di chiamare chi è dall’altra parte, farlo riapparire, per poter continuare a esistere nella mente di chi vive. Qui, come in Dei Sepolcri di Foscolo, il morto resiste all’annullamento attraverso i vivi chelo ricordano e che in loro continuano a esistere. Ma è un’illusione che dura poco, perché se è vero che «forte come la morte è l’amore» è anche altrettanto vero che la morte inghiotte ciò che incontra, senza possibilità di appello.

Dopo l’antefatto, i primi tre capitoli (i primi dodici morti; figure del diluvio; macchine del diluvio) si presentano come stazioni di una via crucis straziante, in cui sfilano i fantasmi del padre, della madre, dei nonni, in una sorta di regressio ad infinitum familiare, che si allarga fino a coinvolgere il ricordo di donne e uomini della società tutta, in una sorta di immenso cimitero collettivo. Perché la morte non è solo un fatto privato. La morte riguarda il mondo. E in Macchine del diluvio gli unici superstiti momentanei abitano un paesaggio infetto e desolato, che tuttavia continuiamo a nominare, perché nonostante tutto «i morti ce li portiamo in bocca / non sappiamo come altro fare».

La quarta sezione (diario nostro) chiude la raccolta come un fulmine a ciel sereno. Qui una coppia sopravvive alla catastrofe. Forse un ripensamento dell’autore, forse una normale evoluzione o magari il tentativo di dar corpo a quella spes contra spem di paoliniana memoria. La morte non è più l’ultima parola. La morte non può tutto, sembra dirci Massari, perché anche nel fondocieco dell’universo, anche nel punto più buio, c’è sempre la possibilità di immaginare una luce seppur flebile. E allora i due sopravvissuti si guardano, con occhi di desiderio e amore; si guardano e promettono a se stessi di resistere ancora: «avremo i nostri figli  legioni / i nostri fiori  sentinelle / le vene disarmate  le gambe unite / come latitudini avverate  le mani / impareranno a riposare  il pane / lo faremo insieme».


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