giovedì 18 agosto 2022

Recensione di Stefano Guglielmin a Serie del Ritorno



Leggere Stefano Massari è sempre un'esperienza immedicabile. Molto più la sua opera di quella di chi ha attraversato l'inferno prima del Novecento, per quanto secolo dell'olocausto e della rivelazione. Ad essersi rivelato è infatti il Deus Absconditus, nella forma della maschera funerea, che ha, nella Storia, la serie infinita delle sue ripetizioni. Ogni evento è «artiglio e convalescenza», ogni azione umana è pervasa dalla «guerra» e dalla «paura», che s'intrufolano sin dentro la carne delle relazioni più autentiche, quelle familiari. E ciò non per distacco con l'origine, bensì proprio per il legame con essa: lo stesso Dio padre – ci racconta la sequenza incipitaria di Serie del ritorno (La Vita Felice, 2009) – ebbe la propria controfigura in «un dio» che si finse «suo figlio», che morì in suo nome, perché Lui non sapeva morire. Ora tuttavia la sua morte è compiuta, ma non come l'intese il nichilismo ottocentesco, giacché Dio, lascia intendere il poeta, non si dà solamente nella forma rigida e tutta esposta della Storia, ma conserva un suo essenziale nascondimento, un moto che pulsa sottopelle in ogni presenza, che vive in un tempo altro eppure attivo nella forma della promessa, la quale tiene pulsante il legame fra gli esseri, traducendo in amore la ferita originaria, che portiamo impresso nell'ombelico, o «nel fianco», come scrive Massari, forse riprendendo il Baudelaire di A colei che è troppo gaia. Il corpo stesso diventa «varco», luogo di congiunzione della terra con il cielo, connessione che tiene l'umano in contatto con il divino. La Storia, dunque, «inferno imperfetto», non esaurisce l'essere che siamo, non essendone che la cristallizzazione temporanea. E' invece il dolore, benedetto dal poeta, che ci tiene prossimi al «risveglio», in cui «stringiamo il patto con la luce», in singolare empatia con il simbolismo dantesco, dove in Massari, tuttavia, buio e rapina respirano ovunque, persino nel corpo dell'amata, mentre la luce è sostanza divina verso cui siamo diretti: «il mare che cerchi è pieno di luce».
   La serie del ritorno, terzo canto della cantica infernale, dopo diario del pane e libro dei vivi – l'unica possibile, invero, dato che la storia si è rivelata priva di teleologia – racconta il dialogo estremo con l'Assoluto, in cui egli si pone, nello stesso tempo, sia nella veste del figlio inadeguato (di Dio), al modo dell'Emil Cioran de La caduta nel tempo, e sia del padre di famiglia, inadeguato anch'esso, che demanda illusoriamente ai figli la vendetta e il riscatto futuri.
   Emblematica la poesia d'apertura della sezione Irene dove, al caos della Storia, all'essere di ciascuno «senza ordine  senza direzione», resiste il contatto degli amanti, il loro nascere ad ogni tratto, incarnazione della speranza nel pensiero della Zambrano, sia pure, qui, in quanto atto dubitativo, perché in Massari l'agnosticismo s'intarsia, senza mai fondersi, con la fede più assoluta: se infatti, all'apice del suo delirio mistico, speranza e perdono s'abbracciano quale via del ritorno, («dovrei soltanto chiedere perdono   alla vita», p.108), altrove quel contatto è negato, non voluto («non perdonarmi mai  non chiedermi perdono»). A guardar bene, tuttavia, questa sembra più negazione psicologica, che ontologica. Come dire che l'inferno è certo nel tormento autobiografico, personale, ma il popolo cristiano, quello «senza circoncisione»), può, nell'amore/agape, stare in prossimità della luce, stringere «il patto» con il Dio che si sottrae per essere pienamente Vero. E così, «anche sanguinando», credere. In definitiva, mi pare che Stefano Massari sia uno dei più autorevoli poeti cristiani contemporanei, tormentato/eretico perché non dogmatico, aperto ad una speranza che s'innesta nel buio perché maledettamente vivo.

Le poesie notturne di un videomaker di Maria Luisa Vezzali (Repubblica)

HA UN inizio notturno Serie del ritorno (La vita felice), l' ultimo libro di Stefano Massari, poeta e videomaker romano trasferito da tempo a Bologna. Ci getta in una stanza alle 00:00 di una notte buia e priva di definizioni rassicuranti (è senza la parola più ripetuta: «senza scampo», «senza che un dio si fingesse tuo figlio», «senza sentenza», «senza corona»). Ci fa indossare il punto di vista di una coscienza maschile, insonne e inquieta, mentre da qualche parte la donna dorme e nel sonno parla come una sibilla allarmata, ma benedetta. Nelle sue parole, infatti, è palese la percezione del pericolo («il saccheggio è imminente», «ora che la città crolla»), ma anche la persistenza di un polo positivo della questione-vita, la possibilità di essere «serva terrestre e paziente della specie» e di offrire un seno che sia anche «urna», «ordine», «obbedienza», mentre tutt' intorno, invece, il secolo «mente» e «inghiotte». Dopo questo inizio, si tratta di riuscire a superare la giornata, ventiquattro ore riassuntive di tutta un' esistenza, che Massari la persistenza dei gesti abituali, dalla pervicacia con cui si resta confitti «in posizione di artiglio e convalescenza» alle cose perennemente buone e minacciate, come il pane, i figli, la scrittura. Sin dalla sua prima, fulminante, raccolta Diario del pane, uscita nel 2003 per l' editore Raffaelli, Massari ci ha abituati al suo stile «anomalo e suggestivo», come è stato definito, fatto non tanto di versi, quanto di paragrafi isolati nel foglio, intessuti ritmicamente alla maniera del testo biblico e costellati di ripetizioni che li conservano lontanissimi dall' andamento della prosa. Uno stile sensuale e violento, forgiato per andare al cuore di temi essenziali come la vita e la morte. L' inferno delle guerre quotidiane. Il bene del desiderio e della ricostruzione. cicatrizzata, la «ferita terrestre sul fianco». Fino agli ultimi tre minuti non scanditi e inscandibili, che sono il luogo «dove si deve ritornare», la consapevolezza della fragilitàe dell' incompletezza di un corpo, redento solo daldivide in tappe fino alle 23:57 successive, accompagnato dagli amici presenti anche quando sono assenti... Milo De Angelis, Giovanna Sicari, Antonio Porta, Gil... i cui nomi e versi fungono come viatico per sopportare, mai © RIPRODUZIONE RISERVATA


Dall’angoscia alla speranza in “Serie del ritorno”  di Valeria Riboli

dal blog di poesia del corriere della sera a cura di Ottavio Rossani

hadow

Sulla recente nuova raccolta di poesie di Stefano Massari Serie del ritorno pubblico una recensione, anzi un piccolo saggio, di VALERIA RIBOLI, giovane studiosa di letteratura contemporanea, che fa una lettura strettamente letteraria del testo e ipotizza una riconciliazione tra angoscia esistenziale e ricerca del senso della vita nello stile del popeta che realizza il riordino dei momenti importanti come fasi sistematorie della scrittura. Scrive Valeria Riboli: 

“Con Serie del ritorno (La Vita Felice, 2009, pagg. 119, euro 14)  Stefano Massari approda alla sua terza prova poetica. Una raccolta di un centinaio di componimenti , caratterizzati da una certa uniformità nei toni e nelle tematiche, che spinge ad una lettura appagante benché ardua. Il lettore è chiamato a mettersi in gioco, a dialogare col testo, a condividere (o rigettare) la voce del poeta. 

È un libro che non si presta ad una parafrasi puntuale, molto invece all’interpretazione. Non si tratta di una poesia che narri, che presenti un contesto o una situazione precisi, che dia l’immagine di un luogo o di un evento, che ritragga. Sta alla sensibilità del lettore di far parlare dentro di sé un testo “oscuro” ma con un messaggio condivisibile. Per essere chiari, la lingua è ostica, i versi sono complessi e spesso ermetici, e tuttavia a fine lettura si sente chiaramente che ciò di cui si sta parlando è qualcosa – un istinto, una paura –  che appartiene a tutti gli uomini e in particolare a quelli contemporanei. La poesia di Massari risuona, insiste, richiama. Ci si immerge in un magma. La voce del poeta è ora sommessa ora impetuosa e narra – sia pure sotto un velo di mistero – la propria angoscia e il proprio sentimento di fronte ai temi più forti e archetipici, la vita e la morte. Sono queste le parole chiave del libro, che il poeta sviluppa con insistenza in una sorta di confessione, di urgenza, e anche di ossessione.. 

La morte che dovevi diventare  che dovevi mangiare  che dovevi dividere 

come odio dal pane  ogni gesto del tuo giorno  ogni giorno del nostro anno

in tutte le nostre case  di sentenza e redenzione  dove dovevi ritornare

dove dovevi restare  in posizione di artiglio e convalescenza”   

                                                                                    (corsivo nel libro) 

 

cop. stefano massari.jpgQuesta la poesia che apre Serie del ritorno, e ne delimita il tema portante. La morte, inquietante incipit, è qualcosa che ci abita, che accompagna i nostri gesti e batte il nostro tempo: le prime pagine della raccolta sono tutte segnate da un ritornello che posto in forme diverse nasconde sempre lo stesso significato, l’inquietante presenza di una decadenza, di un angoscioso memento mori nelle giornate di tutti, nelle cose più semplici (il pane sopra citato), nei luoghi più familiari (“in tutte le nostre case”), infine nel corpo (poche pagine più avanti: “che ti scavavi / tra le gambe  lungo l’arteria femorale”). “La morte / si sconta / vivendo”, ha scritto Giuseppe Ungaretti, sebbene in tutt’altro contesto (anche se il comune denominatore novecentesco, quindi inquieto ed esistenziale, può essere a questo proposito evocato). Questo il punto di partenza della riflessione di Massari, ma non quello di arrivo: a leggere tutte le poesie nel loro insieme, per quanto non vi si possa rintracciare un vero filo conduttore, sembra infatti che alla fine si trovi la redenzione, già scritta nella prima poesia. Che il ritorno suggerito dal titolo possa essere alla vita, e non solo alla morte, come sulle prime verrebbe da pensare, è una speranza che emerge piano, e che va stillata di pagina in pagina: “nascondiamo tutti un male  vivente per sempre / nascondiamo tutti una vita altra e qualunque”

Tante le fermate intermedie, tanta la vita che emerge da queste poesie: la confessione si costruisce così, di pagina in pagina, di poesia in poesia. Emerge allora in primo luogo la relazione con un non meglio identificato “tu”, relazione difficile in alcune pagine, pacificatrice in altre: spesso la voce del poeta gli si rivolge e disegna i contorni sfuocati di una donna (“noi  noi due […] / stringiamo il patto con la luce”). 

Emerge una riflessione di natura storica, introdotta in una sezione aperta dalle parole di Henry Bauchau: “se non credi alla parola del mondo / nessuno crederà alla tua”. Una parola del mondo che nella poesia di Massari assume toni essenzialmente religiosi, a giudicare dai campi semantici che vengono qui utilizzati. Solo un esempio, particolarmente rappresentativo: 

“perché io sono la generazione armata che viene  la bestia mancante 

in questo inferno imperfetto  sono i secoli ai piedi di ogni tuo maledetto cristo

lo stesso che hai abbandonato dove nessuno vive  dove nessuno muore”.

Emerge infine, e risiede forse qui il vero messaggio – ma è poi necessario un messaggio in poesia? – di questo libro, una dimensione familiare. A metà raccolta, per quanto il tutto sia introdotto da un verso di sofferto pessimismo (“storia (che noi non scriveremo)”), iniziano a farsi sempre più frequenti i riferimenti alla presenza e al ruolo dei figli nella vita del poeta. Accanto alla bimba che gioca c’è infatti il padre “[…] a guardia  inginocchiato a fare ombra  forza  storia”: quella stessa storia che appariva negata poche pagine prima, e che è solo uno dei vari casi in cui la speranza che deriva dal positivo spirito di sopravvivenza scalfisce per un momento il quadro di generale pessimismo che il libro presenta. Ma questo non elimina la sensazione di condanna, di angosciosa attesa, che è il leit motiv dell’opera: nulla può davvero cancellare quell’ “altra morte addosso  che prepara”, ma a questo punto del libro si sente che qualcosa di diverso germoglia e accompagna il lettore verso una chiusa non di felicità, ma di speranza. 

La sezione dedicata a Irene, donna del poeta, accoglie pagine di rara intensità, che commuovono perché mostrano un io dissestato e sofferente, espresso nei termini del dolore fisico e spirituale, che guarda all’altra e in lei e con lei vuole costruire qualcosa di nuovo e salvato: “la prova certa e segreta di noi  della nostra mattina alleata di questo ritorno/  Del sole  in posizione pallida e ostinata […]”. L’unione di due persone è suggellata dal mattino, momento in cui il giorno rinasce, complice dell’uomo proprio nel suo ripresentarsi. Il sole ritorna ostinatamente. Il ritorno allora è anche della e alla vita.

Legiamo ora un testo intenso, esemplificativo di questa tensione amorosa, ma soprattutto vivificante, dentro il contesto dell’angoscia che da molto tempo mortifica l’itinerario di vita:

 

la pioggia di te di tutto il tuo nome sottovoce del tuo odore 

 

la pioggia di te di tutto il tuo nome sottovoce del tuo odore 

contro febbraio come grano senza ordine senza direzione 

ora che siamo soli come un tempo che non prevede vendetta 

né ricostruzione che respira come urlo di tutti i nostri treni 

verso la necessaria città del dolore

non so come credere ancora alle mie mani alla tua ragione di nascermi

colpo dopo colpo nel pieno dello sterno e in pace guerriera e pulita

e lieve come questo incanto che il poco nostro inverno adesso 

ti concede

perché io conosco tutto quello che tra i tuoi reni di pietra e giustizia 

non mente tutto quello che nel tempo senza me combatterai

il nome quieto che cercherai per i tuoi figli l’incubo che spezzerà

la fede dei nostri padri i giorni come alberi che curerai con la volontà

di restare gola distesa e tiepida contro le macchine della storia

le autostrade di quando piangerai sola come una colonna che cerca

la sua specie il patto in cui anche sanguinando crederai

                                                          Stefano Massari

Da Serie del ritorno (La Vita Felice, 2009)

 

C’è, dunque, nelle ultime sezioni, la volontà di circoscrivere il “cancro” (così come il poeta lo definisce) dell’ansia esistenziale all’interiorità di chi scrive: un cancro che trova cura nell’altro, negli affetti, nell’amore, così che alla sofferenza tutta raccolta nell’io, e dall’io sparsa sulle cose, può seguire il voi, al quale il poeta si rivolge (“grazie almeno di avermi amato / se è stato vero  se ancora nell’impreciso tempo sopravvivo”), infine al noi. “Perché noi siamo forti” è il verso introduttivo alla conclusione dell’opera, dolcissima nella dedica che il poeta fa dei suoi versi.    

Un apporto di significato così denso, frutto indubbiamente dell’esperienza letteraria del Novecento, è sostenuto da un impianto stilistico abile e raffinato, ricco di diversi stimoli. Da un lato infatti la parola poetica si mostra nella sua fluidità, attraverso versi lunghi, quasi parlati, come un monologo torrentizio. Dall’altro lato, però, tale fluidità si trova interrotta tramite una presentazione grafica della poesia, che costituisce uno dei fattori convincenti della raccolta. La lunghezza dei versi infatti è internamente intervallata dalla presenza di doppi spazi, che la scindono in unità minori: si delinea così un ritmo che crea una musicalità lieve ma costante, percepibile ancora di più nei passaggi di maggiore intensità. Ogni doppio spazio induce a una pausa che rigenera il respiro, che concede il tempo per interiorizzare ciò che si è  letto.  Ogni battuta diventa così perentoria, gode di una sua singola specificità; e nello stesso tempo spinge alla visione d’insieme della cifra stilistica del catalogo (o della plausibile litania). 

massari-01.jpg

L’alternanza di parti in tondo e parti in corsivo fa ricordare il precedente narrativo di Uomini e no di Vittorini, e, come nel romanzo, articola la scrittura su due binari, diversi ma interagenti. Si evince che il poeta porge una testimonianza sulla ripercorrenza del sé con lo strumento della razionalità, utilizzando un’organizzazione e una strutturazione attente e lucide. A livello macrostrutturale tale intervento si può vedere nelle varie sezioni, che ricalcano le ore della giornata. Ogni parte di Serie del ritorno, cioè, è introdotta da un intervallo di tempo (per esempio, nelle prime pagine: [00.00 – 03.24]) apparentemente incongruo, ma in realtà portatore di senso dal momento che le ore si susseguono in un ordine progressivo, dalla sera fino a quella del giorno dopo. È un’allusione allo scorrere minaccioso del tempo, ma anche alla sua ciclicità, che in fondo è consolatoria. Si può ipotizzare che la scansione dei momenti che il poeta ha ritenuto di riordinare altro non sia che la successione delle fasi della scrittura. Ma non solo in questa originale interazione fra lo scorrere della parola e un’istanza riordinatrice risiede lo sperimentalismo e la novità dello stile di Massari, ma anche nella prevalenza del lessico sulle costruzioni sintattiche. Poche sono infatti le frasi compiute che si possano rintracciare nell’opera, molti invece i sostantivi e le immagini che si susseguono. Sono tutti elementi, questi, che contribuiscono alla creazione di una poesia forte, drammatica, ispirata dal bisogno di comunicazione e condivisione. Per finire, una poesia necessaria”.

 Valeria Riboli

Serie del Ritorno recensione di Giacomo Cerrai (da imperfetta ellisse)

Un libro bello e terribile, questo di Stefano Massari, e sicuramente uno dei più importanti tra quelli letti ultimamente. Non è un libro per anime semplici, né per coloro che credono che la poesia sia un'attività sorgiva e consolatoria. Qui di consolatorio c'è molto poco, anche per il suo autore. Perchè Stefano si è seduto sulla soglia, quella estrema, e si è messo a parlare di morte, a tentare, come è possibile fare a un poeta, un suo personale viaggio d'Orfeo.
Un libro (Serie del ritorno, La Vita Felice, 2009) con una sua risolutezza, anche stilistica e (sia inteso del tutto positivamente) una forma alta di retorica cioè di arte del dire, e una struttura disciplinatamente organizzata in nove sezioni (ma bisogna contare almeno anche un prologo e un epilogo), sezioni che già nel  loro titolo pongono un problema interpretativo. Sono infatti frazioni di tempo di una intera giornata (dalle 00.00 di una ipotetica mezzanotte alle 03.24, dalle 03.35 alle 06.02, ecc), o forse frazioni diverse di diverse giornate, che coprono comunque, senza sovrapporsi,  un sorta di viaggio joyciano di ventiquattro ore, nel corso delle quali Massari interroga e si interroga, ricorda e dimentica, rimpiange e si accusa, costruendo un canzoniere dell'addio di stoffa diversa ma non meno coinvolgente di quello scritto a suo tempo dal suo prefatore Milo De Angelis. 

In queste frazioni di tempo ci sono anche dei vuoti, come degli interstizi nell'indice, nello scorrere di questa ipotetica giornata. Lo so, forse è una acribia fuori luogo (o forse essa è parte dell'inquietudine che questo libro suscita), ma viene da chiedersi che cosa è successo in questi vuoti, che cosa ad esempio  è accaduto negli undici minuti tra le 3.24 e le 3.35. Forse nulla, forse solo una sospensione del giudizio poetico di fronte alle vicende, forse un tirare il fiato. Forse l'anima ha pesato i suoi 21 grammi, come nel film di Alejandro González Iñárritu. Ed è singolare, sotto un certo profilo, in un diario diacronico,  cioè scritto dopo, questa attenzione al susseguirsi puntuale del tempo. Come un voler rivivere, nel senso letterale del termine, la registrazione di ogni singolo momento.
Il tempo è quello dell'esistenza o almeno quello dell'esperienza, racchiuso in un giorno. E poichè non possiamo  riavvolgerlo, come uno dei video dello stesso Massari, lo separiamo in brani, nel tentativo di comprenderlo meglio ricostruendo, in senso bergsoniano, un processo attraverso la memoria. Nel  fare questo, inevitabilmente, il tempo diventa qualcosa di diverso, tanto più nella mente speciale dell'artista. Cambia perfino volto, compiuto il tempo della vicenda narrata esso si trasforma, si separa: da una parte quello che resta "ai vivi ancora vivi e incurabili" (in quando destinati  anch'essi a morte), dall'altra quello dilatato e immisurabile dei morti, quello memoriale in cui , io autore, "ancora nell'impreciso tempo sopravvivo".
Anche il linguaggio segnala interstizi, diradamenti della scrittura sottolineati tipograficamente, come quegli spazi che si allargano tra i sintagmi, spazi a volte intuibili più che correttamente identificabili nella linearità tipografica. Potremmo intenderli come enjambements interni, come singhiozzi o chiasmi, potremmo usarli a piacimento come il punto di Fra Martino o la sibillina punteggiatura del famoso "ibis redibis non morieris in bello" di Alberico. Ma la scelta  ha una sua ragione nella caratteristica della memoria di presentarsi per frammenti e per ripetizioni, cosa quest'ultima che tra l'altro si riverbera in certi efficaci stilemi che usa Massari, come incipit reiterati, assilli di domande ecc. Il tempo si dispiega e si attorciglia, diventa un loop, o una figura topologica come un nastro di Moebius, e paradossalmente si accumula.  

dovevamo restare uniti.  tu ricordi ?
dicevi urla qui   sulla mia carne   non uccidere   non uccidere nessuno
abbi pietà della nostra paura   abbi pietà di te   il mare che cerchi è pieno di luce

e di nuovo:

dovevamo dividere tutto . tu ricordi ?
dicevi  chiedi perdono   solo al tuo corpo  non sei più figlio   sei misura di sterminio
e in questo male intero   totale   mangia il mio respiro   prendimi come se fossi
il mio destino

e qualche pagina più avanti:

dovevamo morire insieme . tu ricordi ?
dicevi   vieni da me   restami dentro   raccontami
tutto quello che insieme noi non vivremo
dimmi che non moriremo mai
che questa è la nostra notte e noi la raggiungeremo

e questa reiterazione, qui e altrove (dovevamo...dovevamo...,dicevi...dicevi...) è segnale disperato di un patto che la morte ha cancellato,  come se 
la morte fosse una colpa inappellabile e definitiva.

Del pari, l'impressione che il testo restituisce è anche quella di una scrittura combinatoria, una vaga tentazione, che offre al lettore, proprio approfittando degli interstizi, di smontare il testo per poi ricomporlo come su piste audio separate eppure inseparabili. E infatti questa scrittura è anche un dialogo continuo e serrato, per quanto retrospettivo. Sembra di capire che tutti i testi o le parti di testo in corsivo sono ascrivibili ad un'altra voce, ad un' altra persona o forse ad un "altro" da sé, con cui l'autore dialoga, si confronta, si scontra. Ma è anche un dialogo giocato sull'ambiguità: chi è che parla, chi ascolta, scambi di ruoli, teatro. 
Dal gioco della parti in scrittura appare anche un terzo personaggio, la morte, un personaggio parlante, niente affatto metaforico, un ospite minaccioso ed inevitabile, che si presenta e avverte i comprimari:

sono il muro   contro l'unghia   figlia che gioca   continente e cantilena
e sogna   e vede la paura dietro il letto alto   nonostante il legno   il caldo
del padre a guardia   inginocchiato a fare ombra   forza   storia

e più avanti:

sono storia la nuda   madre la sana   viscere e lana   sono pane
conio   bilancia   olio sulla pelle dei primi strappata   ai testimoni  conosciuta
alle croci sconosciuta   alla morte addestrata

e ancora:

sono morte la chiara   velocissima e immorale   bestia feconda
festa cardinale   acrobata superstite   destino senza il male
sono il figlio tribunale e la madre altare   muscolo visibile del vuoto


Anche gli exerga, posti acutamente all'inizio di ogni sezione, assumono un ruolo importante. Ad esempio questo di Milo De Angelis "nemmeno adesso hai simboli per chi muore", perfetta definizione della morte dalla parte del conoscibile, perchè (la morte) ha tutto in sé (syn ballein), tutto racchiude, attrae e comprime come un buco nero siderale, e essendo da questo punto di vista "chiara", come dice  Massari nei versi precedenti, ci sottrae gli strumenti per descriverla, la stessa capacità di descriverla, di farne simbolo. Ed è anche totalmente vera, infalsificabile, come ci avverte quest'altro di Amelia Rosselli, "il vero è una morte intera" (ma, conoscendo Rosselli, forse anche il contrario).
Di questo essere-per-la-morte (quasi in senso heideggeriano) non c'è però "cura", non c'è consapevolezza sufficiente ad accettare di essere in questa temporalità devastante. Tutto il libro è percorso da quella che Guglielmin chiamerebbe una "distanza immedicata" e perfino un rimpianto nei confronti di un corpo che è stato oggetto di amore ma anche luogo di effrazione, di infrazione, anche erotica, e poi nulla. Una sua moralità, di insegnamento o di rimorso, o di automoralità (tutto il tuo corpo    pane bianco e inerme / tutto questo mio sporco a cui acconsenti). Il campo di effrazione della volontà, diventa campo di conquista del male. Con la sconfitta, risponde l'anima: nascondiamo tutti un male    vivente per sempre / nascondiamo tutti una vita    altra e qualunque. E il corpo perde identità di persona (io ho un cancro e nessuno mi chiama per nome) se non nella memoria di chi sopravvive (sempre sei   il mio credere ai vivi  il mio errore  sei la fede).

Concludo con alcuni testi, compresa una singolare Totentanz su un'aria dannunziana (p.35), tra i molti molto belli di questo libro.  Libro - aggiungo - che dà l'idea in un certo senso di un'opera definitiva per il suo autore, oltre la quale forse non è più possibile indagare poeticamente se non liberandosene, o utilizzando altri mezzi. Con una precisazione, che qualsiasi selezione si tragga da questo libro, essa sarà sempre straniante, vaga, e profondamente ingiusta. Per cui (e lo dico raramente) se volete farvi un'idea di questo libro, compratelo. E non sarà sufficiente leggerlo una volta sola, vi avverto. Poichè  un libro di questo genere non è più pensabile "leggerlo" e basta. E non solo perchè sappiamo (chi lo sa) che il lavoro di Massari è ormai indistricabile dalla "visione", da una sorta di abitudine cioè a vederne  una rappresentazione non solo meramente grafica e lineare,  ma al contrario a più "piste" o tracce, o sensi, come appunto un video o - in altre parole - una partitura, la cui stampa è una registrazione di tempi e modi che però devono essere "eseguiti".

 Serie del ritorno Stefano Massari

una lettura di Riccardo Raimondo


«Bisogna leggere questi versi […] Tra corpo e cosmo, tra dono e maledizione, tra il chiuso delle pareti e la ferita del mondo, siamo scaraventati nelle pagine di questo libro, nelle parole di un'anima generosa e braccata» 
– uno stralcio dalla generosa prefazione di De Angelis a Serie del ritorno (La Vita felice 2009), di Stefano Massari.

E bisogna leggerli, sì.
E, se di De Angelis abbiamo apprezzato l'urgenza nervosa del verso – una certa frenesia fisiologica che guida la composizione – troveremo in Massari pane per i nostri denti.

Un'urgenza dell'Esserci, che redime decenni di postmoderno dall'apofatico Non chiederci la parola... Questa poesia è «un'arteria fredda dei forti contro ogni tuo stupido enigma»:
«allora sono io    il muro   io il nascerti io che muoio sono
il tribunale quotidiano in ogni buio in ogni volta che parliamo»
«allora sono io   la legge dove non farai ritorno   io
a gerarchia nemica della febbre   e del bene tutto a ogni costo
io   nell'infinita posizione di pazienza e nutrimento»
La forma grafica, testimonianza di questa «gerarchia nemica della febbre», tende a unire, a raggruppare, a condensare: queste poesie sono agili ma pesanti trame di senso, “fanno il punto” del senso, lo ristrutturano partendo da una materia prima frammentaria.

I versi sono distribuiti secondo a capo e strofe, ma all'interno d'un verso le parole (o i gruppi di parole) sono isolate da uno “slot” fisso di tre spazi, come dire “una dissolvenza” di senso, oltre che un'efficace pausa ritmica; oppure, continuando lo stile della sua prima opera edita Diario del pane (Raffaelli 2003) «tende ad aggregare su ogni singola linea frasi o parti di frase separate da punto fermo (senza peraltro che mai si faccia ricorso a qualsivoglia maiuscola)» (dalla postazione a Diario del pane, di Alberto Bertoni):

da Serie del ritorno
«dovevamo restare uniti . tu ricordi? 
dicevi   urla qui   sulla mia carne   non uccidere   non uccidere nessuno»
oppure da Diario del pane
«la notte piange . viene la morte dell'amico . La tua voce è più alta . 
chi ti protegge fratello . resterò con te . vivo fino al legno dell'anima . fino ai gesti dell'alba . per sempre».


Da Diario del pane a Serie del ritorno scorgo un ritorno spirituale, mistico, che nella forma si esprime come un più esperto e disinvolto tentativo di ricostruzione.
Tentativo che però non risulta manifestarsi in radicali cambiamenti stilistici, quanto più in percettibili mutamenti di senso.
Dallo «sbriciolamento dei sintagmi» (A.Bertoni) – dalla forma icastica, dallo «sporco sole», dal «girasole nero», dalla «morte pura» (di rilkiana memoria) – della prima raccolta, si passa a una presa di posizione più forte, più ferma di quest' «anima braccata» nei confronti dei suoi martiri.
Un ritorno al cuore, un'esperienza più genuina, lucente e potente dell'infinitamente piccolo:
«hai la ferita terrestre sul fianco   ora puoi stare nell'abisso 
capire perché dentro mi batte   ogni tuo passo   allarme    respiro 
ogni strumento vivente    ogni destino»
Così in cielo come il terra, la ferita nell'essere è quella poetica di Luzi, ma è anche quella sacra del Cristo. È la ferita che monda il male:
«È facile capire 
gli assassini. Ma questo: la morte, 
tutta la morte, ancor prima della vita, così 
soavemente racchiudere, e non adirarsi, è indescrivibile» 
(R.M.Rilke, Elegie Duinesi, IV, traduzione di Jutta Leskien e Michele Ranchetti)